INTERVISTA CON FRANCESCA DURANTI

At the University of Hull many subjects have a tradition of offering modules and courses in the areas of Gender Studies and Women’s Studies at both undergraduate and postgraduate level. Italian is among them, and while women writers are featured in a variety of modules, two modules currently concentrate exclusively on women and writing in Italy in the nineteenth and twentieth centuries. As the lecturer responsible for the Contemporary Italian Women Writers module, I was very disappointed when Francesca Duranti’s La casa sul lago della luna (1984), one of the most popular texts on my syllabus, disappeared from the Rizzoli catalogues. (1) By 1998 copies of the novel in Italian had become difficult to obtain. I began to consider the possibility of producing an annotated edition of the text for English speaking students, hoping that while the novel was out of print, and indeed when it was reissued, they would refrain from reading the very good English translation only. (2) In the early spring of 1999, after several contacts with Rizzoli and with the writer’s agents, I wrote to Francesca Duranti and asked to meet her to discuss my project. (3) A few weeks later I was her guest at Villa Rossi outside Lucca. The interview took place shortly after I had arrived, while I was still rather awe-stricken by the sheer magnificence of the place, which has been described as ‘the most imposing of the sixteenth-century country seats’. (4) I think, in retrospect, that it would have been better to leave the interview until after I had spent some time with Francesca Duranti and had the opportunity to appreciate her exquisite kindness and helpfulness, as well as her delicious cooking. Fortunately, Francesca Duranti is a wonderful speaker. (5) The interview covers some areas which she had previously discussed, such as the influence of Henry James on her own writing; it throws some further light on her attitude to the choice of different life styles; and it uncovers some uncharted territory, in particular concerning her technique in writing.

The conversation carried on into the evening, after I had had a tour of the park and of the estate, accompanied by Francesca and her menagerie of cats and dogs, during which I recognised settings from La bambina and Lieto fine. The salons of the villa have spectacular frescoes, but I was particularly impressed with the library which houses Paolo Rossi’s books and the fullest collection of recordings of Mozart operas I have ever encountered. The high point of my visit came, however, very early the following morning, when I found myself reading Progetto Burlamacchi on the wide portico overlooking the sloping gardens which had once belonged to Francesco Burlamacchi, the resident ghost.

I have transcribed the interview as I recorded it, and without later additions. The only omission is the sound of the hedge cutter brandished outside the windows by Francesca’s much-praised caretaker.

 

* * *

Gattaiola, 7 maggio 1999.

Donatella de Ferra: Vorrei cominciare col farLe qualche domanda sull’autobiografia e su come si inserisce nei suoi romanzi. I lettori e, nel caso specifico, le lettrici sono sempre molto avidi di materiale autobiografico, di storie vere. Ultima stesura rende chiaro che per Lei il posizionamento è molto importante. Cosa viene prima in ordine d’importanza, e in ordine cronologico, quando scrive un libro?

Francesca Duranti: Il disegno, proprio il disegno, il piano. Il disegno non saprei come definirlo: come diceva Henry James, the figure in the carpet, quella cosa che tiene insieme le varie piccole storie che compongono la grande storia, quella è la cosa prima.

DdF: E quello comincia dalla sua vita personale?

FD: Comincia da qualcosa che capita. Mi può capitare anche di vedere un brutto film e da quello immaginare una cosa tutta diversa, ma che mi è stata messa in moto da qualcosa che ho visto lì dentro o da un nome che sento, o da un posto che vedo, o da qualcosa che capita a me, o da qualcosa che è capitata a un amico: non necessariamente autobiografia ma in qualche modo biografia.

DdF: E cosa Le fa scegliere di adottare un particolare punto di vista nella storia?

FD: Quello è molto difficile, tanto è vero che la scelta è faticosa e lunga. Perché la prima stesura di regola la scrivo in prima persona, perché è un bel punto di vista la prima persona ed è generalmente una prima persona di un personaggio non fondamentale nella storia, un osservatore.

DdF: Ha fatto questo anche per La bambina, che poi è in terza persona?

FD: No, La bambina è andata direttamente in terza persona. La bambina è un caso a parte. La bambina si è scritto da sé. Io qua sto parlando di professione; La bambina non era ancora professione, era una prima cosa. Normalmente scelgo una prima persona e questa prima persona è un personaggio non fondamentale nella storia, un puro osservatore, che è un po’ quello che è venuto fuori in Lieto fine, in parte, se Lei se lo ricorda. Poi dopo mi accorgo che la prima persona, soprattutto quella di un osservatore un po’ estraneo che è molto chic, la cosa in sé mi piace molto, però preclude una serie di fatti, perché questi fatti, questa persona non li può vedere. Quello che succede nelle camere da letto lui non lo vede, quello che succede nell’intimo della coscienza di un altro lui non lo vede. Finisce poi che non è possibile, e quindi l’abbandono, vado a finire alla terza persona, o alla prima persona, però del protagonista. Oppure, come nel caso di Lieto fine, a una prima persona che ogni tanto sparisce, e si va alla terza persona. Perché quando lui è nella torre e ha la sua funzione di osservatore, allora lui parla in prima persona. Al momento in cui lui si mescola, non è più nella torre, o non c’è, oppure è mescolato agli altri, allora si passa alla terza persona. Perché allora lui non è più sul punto di osservazione, allora non ha più diritto ad essere lui, diciamo, in prima persona. Quindi diciamo che ci arrivo molto faticosamente al punto di vista, perché è sempre qualcosa di fondamentale, sempre qualcosa che dà totalmente l’impronta al libro e quindi è molto delicato, molto difficile per me.

DdF: Visto che stiamo parlando di scrittura ne approfitto per farLe domande su un tema a cui Lei si riferisce spesso e cioè quello dell’opposizione tra la vita e la scrittura, il dilemma della scelta tra vivere e scrivere. È una preoccupazione che troviamo anche in tanti altri autori, in poeti, poeti di cui Lei ha parlato anche, direttamente o indirettamente, come Montale, Gozzano, Henry James di cui ha parlato molto…

FD: Molto, sì. Diciamo che il fatto è questo: che la vita è come la materia prima dello scrivere, l’alimento della scrittura, e tuttavia la vita non significa niente, non fa romanzo, non è romanzo ed ha la necessità di essere manipolata per diventare romanzo. Manipolata, secondo me, freddamente e quindi stando fuori dalla vita. Quindi c’è questa necessità di stare dentro e fuori contemporaneamente che è proprio, secondo me, la condanna dello scrittore che deve imporre a se stesso questa schizofrenia di essere totalmente tuffato dentro e totalmente invece messo fuori.

DdF: Un rapporto molto complesso dunque. Nei suoi romanzi poi si viene a creare un altro rapporto assai complesso, cioè quello tra il lettore e il personaggio che viene presentato dall’interno e dall’esterno. Fabrizio, per esempio, ne La casa sul lago della luna, è un personaggio molto irritante sotto certi punti di vista, eppure non si può fare a meno di provare simpatia per lui, proviamo simpatia per le sue insofferenze verso la civiltà contemporanea, per esempio.

FD: Certo, io le condivido oltrettutto queste sue insofferenze.

DdF: E non si possono non condividere, ma mi sembra paradossalmente che sia più facile simpatizzare con lui che con Fulvia. Mi sembra che Fulvia sia una donna ideale dal punto di vista delle donne, la donna che forse vorremmo essere…

FD: Forse è vero, e poi soprattutto ha questa specie di invincibile concretezza dalla quale lui è costretto poi a fuggire, perché lo mette in difficoltà, insomma. Diciamo che è vero che le donne così come sono adesso fanno un po’ paura agli uomini e che una delle ragioni di questa generale impotenza, impotenza naturalmente non necessariamente fisica, da cui sono presi gli uomini contemporanei, deriva anche un po’ da questo: siamo fin troppo forti, ecco. Non lasciamo spazio alla debolezza anche perché l’abbiamo dovuto lasciare per tanti di quei secoli che non ne abbiamo più voglia, quindi siamo meno simpatiche.

DdF: Certo, nell’ambito del romanzo è più facile provare simpatia per Fabrizio. Fabrizio è un personaggio tragico perché non si rende conto di quello che gli sta succedendo. Al contrario di Amleto, che mi sembra abbia una certa chiarezza, che si rende conto che la scelta è tra l’essere e il non essere, Fabrizio invece fino alla fine non lo sa.

FD: Non lo sa perché in realtà quello che sa è soltanto negativo, lui sa solo, e qua mi sembra che si ritorni di nuovo a Montale, lui sa solo quello che non vuole essere, ma non sa quello che vuole essere.

DdF: Montale è un poeta che ritrovo spesso nei Suoi romanzi, ma rappresenta un po’ un’eccezione tra gli autori a cui si riferisce in quanto è un poeta italiano. Lei ha parlato diverse volte della Sua cultura letteraria come di una cultura che non è proprio italiana, che non si rifà esclusivamente alla tradizione italiana.

FD: No, io ho imparato il tedesco prima dell’italiano, poi lo ho in qualche modo rifiutato, nel senso che per me il tedesco era proprio la lingua della mia separazione da mia madre. Avevo queste signorine che erano per lo più antipatiche, avevo la certezza che erano state messe lì non tanto perché io imparassi il tedesco quanto perché io non affliggessi la vita di mia madre, come purtroppo i bambini affliggono le vite dei genitori. E quindi c’era da un lato una grande disinvoltura con questa lingua che conoscevo bene, e dall’altro una grande antipatia. Per esempio, io adesso raramente scelgo di leggere un libro in tedesco: ho fatto qualche traduzione ma non ho nessunissimo piacere nel leggere in tedesco, nell’andare a vedere un film tedesco, c’è qualche cosa che non funziona tra noi.

DdF: Fabrizio è immerso nella letteratura tedesca, è un traduttore di libri tedeschi, però mi sembra che legga male, legge senza spirito critico. E al tempo stesso viene influenzato, mi sembra, molto profondamente da quello che legge…

FD: Questo non ci ho mai pensato, se leggeva male. Per esempio, quando lo vede Lei che legge male?

DdF: Certo, quando lo dice lui stesso, quando parla di aver letto Chamisso e riconosce che aveva tradotto, ma non aveva capito che certi patti vanno sempre a finire male.

FD: In un certo senso sì, aveva letto male, o perlomeno non l’aveva riferito a se stesso. Legge male nel senso che rimane nel mondo della letteratura – non, cioè, la letteratura come scuola dei sentimenti, come scuola della vita. Lui invece non la prende in questo modo. Letteratura per lui è qualcosa che sta al di fuori, è una biblioteca della quale lui si circonda, che serve, come nel quadro di San Girolamo, per tenerlo separato dal mondo, non per collegarlo al mondo.

DdF: Mi sembra che sia molto influenzato da questi autori che traduce, ma senza rendersene conto.

FD: Sì, viene influenzato involontariamente, ma viene influenzato tutto teoricamente. Quindi lui non è in contatto con la vita.

DdF: La sua idea sulle donne, su come dovrebbero essere le donne, gli deriva da Fontane? Gli deriva da Doeblin?

FD: No, non credo a queste cose. Credo che gli derivi dalla propria impotenza e debolezza. Per lui una donna deve essere qualcosa di più debole di lui. Qualche cosa a cui lui si può imporre, per lui il rapporto tra lui e la donna è sempre un rapporto vagamente di stupro, c’è poco da fare.

DdF: Per quello gli piacciono le donne con i legacci, con i tiranti.

FD: Certo, le donne che in fondo non vogliono, che sono in condizione d’imbarazzo…

DdF: Quello che lui ammira nella famiglia di Fulvia, non può accettarlo in Fulvia, la capacità di vivere che a lui manca.

FD: Certo, lui si trova davanti a questa famiglia forte, a cui anche lei fa parte di buon diritto, perché anche lei è forte. Lo deprime da un punto di vista sessuale, in un certo senso.

DdF: Signora Duranti, il Suo lettore ideale com’è? Come vuole che leggiamo i suoi romanzi?

FD: Intelligente, paziente, non necessariamente coltissimo, perché se anche non riconosce che c’è una citazione di Amleto non ha nessunissima importanza. Perché tanto la frase va bene lo stesso, anche se non si sa da dove viene; quindi non mi interessa che venga riconosciuta. Però, però sottile, insomma, ecco, con un esprit de finesse, ecco.

DdF: E se i lettori interpretano i Suoi romanzi in modo che non aveva anticipato, va bene lo stesso?

FD: Certe volte, anzi, scopro delle cose che mi convincono e che io… non ci avevo pensato per niente.

DdF: Parla anche della difficoltà di essere genitori, forse non tanto ne La casa sul lago della luna.

FD: Piuttosto in Lieto fine, in altri, sì.

DdF: Ne La casa sul lago della luna il personaggio della madre mi sembra l’unico personaggio interamente negativo.

FD: Negativo, sì: egoista, viziata. È un po’ l’emblema della donna alto borghese che ormai è andata fuori corso praticamente. In sostanza l’animale più inutile che ci sia sulla terra. Più inutile del proprio compagno, perché il suo compagno faceva i soldi. Non in questo caso il suo compagno particolare, perché il padre di Fabrizio li ha finiti invece i soldi. Ma diciamo, insomma, gli uomini dell’alta borghesia hanno fondato le industrie, hanno fatto lavorare gli operai, eccetera. Le donne del popolo hanno lavato i panni e cucinato le cene. Le donne borghesi non hanno fatto né l’uno né l’altro, si sono limitate a farsi servire.

DdF: Anche verso i figli ha una funzione proprio negativa, è lei che è associata con il glicine, con la pianta volubile che ti strangola.

FD: Certo, lei ha questa funzione sostanzialmente negativa, perché una creatura così vicina come una madre che non rappresenta un modello è negativa anche semplicemente per passività. Non è necessario che sia malvagia, insomma, basta che sia nulla, è già troppo poco.

DdF: Però Lei parla anche, e pensavo ad Effetti personali, della difficoltà di essere genitori.

FD: In Effetti personali veramente, la madre di Valentina è proprio un caso un po’ particolare, nella storia perlomeno dell’Italia, ma credo anche di tutto il mondo occidentale. È quella alla quale tutto in fondo è andato bene, che fino che erano dentro a un matrimonio tradizionale ci stavano abbastanza allegramente perché era quello che pensavano che dovesse essere la vita. Quando la cosa si è rotta, si è rotta al momento giusto per avere attorno a sé la solidarietà di tutto il mondo, di tutte le altre donne e questa specie di grande sollevamento generale delle donne occidentali che hanno imparato a star sole. E le è andato bene anche questo, perché era il momento giusto. Poi in fondo è riuscita anche a trovare un altro compagno che andava bene anche quello, che la venera, che la ama. E questo è un po’ quello che una certa generazione di donne ha avuto: cioè la felicità nel matrimonio e la felicità fuori dal matrimonio e la felicità nel successivo matrimonio. Cioè nel primo matrimonio tradizionale, felicità a suo modo, poi grande libertà e grande ritrovamento di se stessa fuori dal matrimonio e finalmente un altro patto diverso che non è più il primo ma una cosa completamente diversa e che in fondo va bene anche quello. Le figlie di questa generazione invece… È difficile per le figlie, perché le figlie non hanno avuto lo stimolo, lo stimolo fisiologico per una persona a crescere, che è l’opposizione ai genitori. Cioè lo stimolo lo hanno avuto, ma quello stimolo fisiologico che è rappresentato dall’opposizione proprio ai genitori, dal fare diverso dai genitori, le ha rimandate indietro; perché di fronte a una madre con la permanente afro, con i gonnelloni zingareschi, che è contenta, felice, che va a fare l’autocoscienza, che brucia il reggipetto, una figlia non può differenziarsi altro che diventando la schiava del marito.

DdF: E quindi c’è questo riflusso.

FD: Quindi c’è questo riflusso, che è terribilmente negativo perché avviene in un periodo in cui non viene più considerato come un destino naturale quello di essere trattata male da un marito. Perché si sa che non è più così, non fosse altro che per un confronto con la madre, e quindi è disastroso. Quindi la generazione di quell’età lì ha avuto delle gatte da pelare non indifferenti.

DdF: Non è quindi colpa delle madri che non hanno saputo parlare alle figlie, o della struttura della nostra società. Lei pensa piuttosto che ogni generazione ha bisogno di ribellarsi.

FD: No, io non credo nelle colpe, sono fatti che sono andati così insomma.

DdF: Nei Suoi libri io trovo sempre una forte opposizione al dualismo, un invito alla tolleranza verso modi di essere diversi. Come si possono educare i giovani alla tolleranza? Mi sembra che il dualismo sia talmente fondamentale nel pensiero occidentale.

FD: È vero: la cosa più difficile è riuscire ad educare, questo è il punto, ad educare alla tolleranza senza scaricare la molla dell’impegno. Quella è la cosa veramente difficile. Mio padre, per esempio, mi ha veramente educata alla tolleranza. Mio padre era un uomo di una generazione in cui gli uomini stavano pochissimo con i loro figli, e quando io ero piccola lui era perseguitato dal fascismo, era ricercato dai tedeschi, spesso stava con i partigiani, quindi proprio lo vedevo anche poco. Però io ricordo benissimo la sua lezione in tante piccole cose, cose minime in cui mi presentava sempre, ogni volta in cui io gli chiedevo di spiegarmi qualcosa, me la presentava sempre da un lato e poi dall’altro lato, tutte e due le volte parlandone nel modo migliore possibile, secondo l’unica convinzione sua profonda che era quella della logica. C’è questa logica, e poi c’è anche questa logica, tu puoi scegliere, vedi un po’…

DdF: Lei parlava, ricordo, di tutti i libri dei padri della chiesa…

FD: Sì, adesso glieli farò vedere, sono ancora lì. Quindi questa cosa qui, che viene ancora prima della tolleranza – perché la tolleranza vuol dire: io so di aver ragione, però ti lascio sbagliare, senza fare la pulizia etnica, senza mandarti alla forca – è qualcosa di più. È la convinzione che a qualunque decisione e a qualunque scelta ideologica, chiamiamola così, si giunge attraverso un percorso che è in gran parte casuale. E che quindi non esiste il percorso giusto in assoluto. Però il punto è questo: esiste il percorso giusto per noi, per ciascuno di noi. Ed è su quello che si fonda la responsabilità: sul fatto di dire tu hai il tuo percorso e hai la tua idea e va benissimo, io ho il mio percorso e la mia idea è un’altra, io devo agire così. Allora qui viene fuori il devo: io devo agire conformemente al mio pensiero, ma devo anche rispettare il tuo. È molto difficile questo.

DdF: Pensavo di nuovo a La casa sul lago della luna, dove Fabrizio, verso la fine, forse si rende conto di come stanno le cose, ma è troppo tardi. C’è un’idea del troppo tardi, allora, un punto dopo il quale non si riesce più a tornare indietro?

FD: Oh sì, senz’altro, credo di sì. Io sono molto positiva e anche reagisco moltissimo, anche alla depressione, per esempio, la sento sempre che aleggia, però reagisco fortemente allo scoraggiamento. Però io immagino un individuo che abbia avuto un percorso diverso dal mio, che abbia avuto delle esperienze diverse dalle mie, che a un certo punto possa non farcela più e dire: è troppo tardi, preferisco morire. Io lo capisco questo, lo capisco e non lo faccio.

DdF: L’altro, il doppio che ne La casa sul lago della luna sta fuori di Fabrizio, poi mi sembra che in Sogni mancini diventi un doppio interno.

FD: È un doppio interno, cioè l’altra possibilità interna, è il possibile se stesso mancino che è lì e che serve quindi proprio a ricordarci che noi siamo quello che siamo per caso ma potremmo essere un’altra cosa, potremmo essere il contrario.

DdF: Sogni mancini è un bellissimo titolo, un titolo molto seducente! Da dove Le è venuta l’idea di questa specie di caffettiera elettronica?

FD: Questo non me lo ricordo da dove è venuta fuori. Non saprei, forse perché io da poco ero in America quando ho cominciato a scrivere Sogni mancini e avevo comprato un nuovo computer, avevo comprato la nuova answering machine, ero veramente molto immersa nelle macchine, e poi ero da sola. Qui esiste questa figura meravigliosa dell’omino, quello che sa fare tutto. Qui poi abbiamo un fantastico uomo che si può chiamare un omino nel senso che attacca le tende, fa tutto: l’idraulico, l’elettricista. Questo in America non esiste, tutti sono specializzati, sanno fare male una cosa e tutto il resto non sanno fare niente. Io mi sono trovata in mezzo a tutte queste macchine la coffee maker che non andava, provare ad aggiustarla da sola… e quindi ho capito che avevo un momento di difficoltà con le macchine e quindi può darsi che sia per quello che è venuta fuori questa macchina per i sogni.

DdF: Lei ha parlato del femminismo, ha detto che il femminismo è stata una fase molto importante della cultura italiana, però non si è mai dichiarata femminista. Eppure tante idee del femminismo io le ritrovo nei Suoi libri.

FD: Credo che il femminismo sia una questione politica e come ogni fatto politico non è vero o falso. È opportuno o non è opportuno a seconda dei momenti. Allora ci sono certe cose che a mio parere oggi non sono più opportune: come per esempio questo insistere tanto sullo specifico della scrittura femminile. La scrittura femminile abbiamo dovuto affermare che esisteva e adesso lo sappiamo. In Inghilterra lo si sapeva da sempre che esisteva la scrittura femminile, perché sono esistite da sempre le scrittrici, quindi non è questa gran scoperta. Abbiamo affermato che esisteva, siamo tutti contenti che esiste, le donne scrivono tranquillamente, nessuno glielo impedisce e a questo punto se anche è vero che esiste uno specifico della scrittura femminile, nel senso che certamente c’è un vissuto diverso in un libro scritto da una donna che in un libro scritto da un uomo…. Esistono altri specifici: la scrittura giovanile contrapposta alla scrittura dei vecchi o degli adulti, esiste la scrittura di un credente rispetto alla scrittura di un ateo. Non si fanno queste altre divisioni, non esiste un corso universitario per scrittura anziana o per scrittura giovanile, allora l’insistere su questo specifico della scrittura femminile…. C’è stato un momento in cui poteva essere utile proprio per la causa del femminismo in un primo momento, oggi forse non lo è più. Perché è come dare a noi stesse una specie di pista delle biciclette in cui corriamo tutte quante insieme, io preferisco correre con gli altri nella grande autostrada dove si cerca di andare più forte che si può, si cerca di battere gli uomini se possibile.

DdF: Allora facciamo male a insegnare corsi di letteratura che si occupano di scrittrici contemporanee?

FD: Secondo me lo dovete fare, ma sempre però ricordando questo: dicendo ricordatevi di questa cosa, ricordatevi che le differenze possono essere infinite. Non metteteci tanto la testa su questo perché in realtà potrebbe essere un errore.

DdF: Sbagliamo a incasellare allora perché questo può essere interpretato come ‘queste sono scrittrici, valgono meno, le guardiamo lo stesso’.

FD: E secondo me fare un corso su scrittrici donne senza fare un paragone con scrittori non-donne è pericoloso. È come dire noi stiamo tra di noi e basta.

DdF: È ghettizzare.

FD: Sì, è dire: non ci possiamo misurare con quelli che sul serio fanno la letteratura.

NOTES

(1) Milan: Rizzoli, 1984. The novel was reprinted by Rizzoli in June 2000.

(2) The House on Moonlake, translated by Stephen Sartarelli (London: Collins, 1987).

(3) La casa sul lago della luna, with an introduction by D. de Ferra (Market Harborough: Troubador, 2000).

(4) Harold Acton, The Villas of Tuscany (London: Thames and Hudson, 1973), p. 202.

(5) I wish to express my gratitude to Francesca Duranti for her kind hospitality. I am also thankful to Sharon Wood and Danielle Hipkins for their encouragement.

Donatella de Ferra University of Hull